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" Sono un terrone ... "

                                      Ignazio Silone 









ASSOLUTAMENTE DA LEGGERE ....


"Per ordine del Podestà sono proibiti tutti i ragionamenti. Berardo provvide ad affiggere il cartello, in alto, sulla facciata. La sua condiscendenza ci sbalordiva assai. Ma poi Berardo disse: "Quello che il Podestà ordina da oggi, io l'ho sempre ripetuto. Coi padroni non si ragiona, questa è la mia regola. Tutti i guai dei cafoni vengono dai ragionamenti. Il cafone è un asino che ragiona. Perciò la nostra vita è cento volte peggiore di quella degli asini veri, che non ragionano. L'asino irragionevole porta 70 chili di peso, oltre non ne porta. L'asino irragionevole ha bisogno di una certa quantità di paglia. Tu non puoi ottenere da lui quello che ottieni dalla vacca, o dalla capra, o dal cavallo. Nessun ragionamento lo convince. Nessun discorso lo muove. Lui non ti capisce, o finge di non capire. Ma il cafone invece, ragiona. Il cafone può essere persuaso. Può essere persuaso a digiunare. Può essere persuaso a dar la vita per il suo padrone. Può essere persuaso ad andare in guerra. Può essere persuaso che nell'altro mondo c'è l'inferno benché lui non l'abbia mai visto. Vedete le conseguenze. Guardatevi intorno e vedete le conseguenze. Un essere irragionevole non ammette il digiuno. Se mangio lavoro. Se non mangio non lavoro. O meglio neppure lo dice, perché allora ragionerebbe, ma agisce così per natura. Pensa un po' se gli ottomila uomini che coltivano il Fucino, invece di essere asini ragionevoli, cioè addomesticabili, cioè convincibili, cioè esposti al timore del carabiniere, del prete, del giudice, fossero invece veri somari, completamente privi di ragione. Il principe potrebbe andare per elemosina. E cosa ci impedisce ora di strappare quel cartello che ci hai portato e strangolarti a morte? Ce lo può impedire solo il ragionamento delle possibili conseguenze dell'assassinio. Ma tu, di tua mano, hai scritto su quel cartello che da oggi, per ordine del Podestà, sono proibiti i ragionamenti. Tu hai rotto il filo al quale era legata la tua incolumità."
(da Fontamara, capolavoro di Silone che DEVE essere letto)


http://www.raistoria.rai.it/articoli/silone-scrittore-e-tra-i-fondatori-del-pci/12894/default.aspx




Secondo Tranquilli (lo pseudonimo Ignazio Silone  divenne il suo nome legale soltanto in seguito) nacque in una famiglia contadina il 1°Maggio 1900 a Pescina, una piccola località della Marsica circa sessanta chilometri da Aquila. Il padre era un piccolo proprietario terriero; mentre la madre era una tessitrice. Dopo aver compiuto i primi studi nella scuola elementare di Pescina, frequentò poi il liceo-ginnasio presso il seminario diocesano. Rimasto orfano di entrambi i genitori nel 1915, in conseguenza del tremendo terremoto della Mersica (perse sia genitori che fratelli), ebbe la possibilità di proseguire gli studi liceali presso un'istituto religioso di Reggio Calabria, ma non li portò a compimento per dedicarsi all'attività politica nelle file del Partito Socialista. In quegli anni, intanto, L'Italia partecipava alla prima guerra mondiale.
Rimasto senza famiglia, Silone va a vivere nel quartiere più povero del comune e comincia a frequentare la baracca, dove ha sede la Lega dei contadini. Ribelle all'autorità e animato da un profondo sentimento evangelico, il giovane Silone aveva deciso infatti di dedicare la sua vita alla redenzione sociale degli umili, e tra questi i poveri e analfabeti <<cafoni>>  marsicani, veri e propri <<dannati della terra>>  costretti a subire le violenze e i soprusi di strutture sociali arcaiche ed immutabili. Ha inizio, così, il suo apprendistato di militante rivoluzionario e sotto l'influsso di Lazzaro, incarnazione del cristiano autentico, del "cafone santo"  si pone quindi dal lato di coloro che hanno fame e sete di giustizia. Questa scelta porta Silone a prenderete posizione contro la vecchia società, perché è disgustato dai soprusi della violenza dell'ipocrisia e comprende che l'unica soluzione è quella di schierarsi a loro fianco. Già nel 1917, a soli diciassette anni, aveva inviato alcuni articoli all' "Avanti" , in cui denunciava le indebite appropriazioni di fondi destinati al suo paese per la ricostruzione dopo il terremoto. Prende anche parte alle proteste contro l'entrata in guerra dell'Italia e viene processato per aver capeggiato una violenta manifestazione.
Finita la guerra si trasferisce a Roma, dove entra a far parte della Gioventù Socialista, opponendosi al fascismo. Dopo essere stato uno dei principali esponenti ditale movimento, fu nel 1921 tra i fondatori del Partito Comunista italiano. L'anno dopo, i fascisti effettuarono la marcia su Roma, mentre Silone diventava il direttore del giornale romano "l'avanguardia"  e il redattore del giornale triestino "Il Lavoratore" . Nel 1926, dopo la promulgazione delle leggi speciali e la soppressione di tutti i partiti ad eccezione di quello fascista, continuò a dedicarsi clandestinamente all'attività politica nonostante i rischi che ciò comportava. Ricercato dalla polizia politica, fu costretto a fuggire dall'Italia. Compie varie missioni all'estero, ma a causa delle persecuzioni fasciste, è costretto a vivere nella clandestinità, collaborando con Gramsci. In questi anni, per Silone, comincia a profilarsi la crisi e nel 1930 esce dal Partito Comunista per la sua opposizione alla politica di Stalin. Dopo alcuni periodi trascorsi in Francia e Spagna, si stabilì per un certo periodo in Unione Sovietica, dove assistette alle ultime drammatiche fasi della lotta politica all'interno del Comintern, conclusasi con la vittoria di Stalin e l'espulsione dei suoi antagonisti Trotkij e Zinonev. È questo il periodo in cui i comunisti italiani si dividono e Togliatti espelle dal partito alcuni dirigenti, nell'illusione che la rivolta operaia contro il fascismo sia imminente e destinata alla vittoria. Da questo momento Silone sarà un socialista cristiano, non più marxsista. Nello stesso periodo, si compie un altro dramma nella tormentata vita dello scrittore: suo fratello più giovane, l'ultimo superstite della sua famiglia, viene arrestato ingiustamente nel 1928 con l'accusa di appartenere al Partito Comunista illegale e di essere uno degli organizzatori di un attentato a Milano.
Quando il fratello venne arrestato, Silone aveva già scelto la via dell'esilio in Svizzera, dove vi rimane per molti anni per proseguire all'estero la lotta antifascista. Silone, è deciso ormai a condurre una vita da "socialista senza partito e cristiano senza chiesa". Maturò intorno alo 1930, dopo il suo rifiuto delle purghe staliniane in senso all'organizzazione comunista internazionale, la crisi che lo condusse fuori dal P.C.I. e insieme la sua vocazione di romanzi re che doveva divenire preminente. Anche lo scrittore negli anni dell'esilio, rimase legato a gruppi antifascisti all'estero, occupandosi altresì dell'organizzazione in Francia in Svizzera di gruppi socialisti italiani. Trasferitosi a Davos, in Svizzera, pubblica vari scritti degli immigrati, scrive molti articoli e saggi di interesse sul fascismo italiano. Esordì come romanziere nel 1933 col romanzo più famoso"Fontamara", in cui racconta la squallida vita dei <<cafoni>> di un piccolo borgo della Marsica, oppressi dalle sopraffazioni e dagli imbrogli di un potente speculatore appoggiato dalle autorità fasciste del luogo. L'opera scritta in tedesco ma poi tradotta in ventotto lingue, ebbe un grande successo di pubblico in tutta Europa, mostrando un ritratto drammatico e autentico dell'Italia dell'epoca, al di là dell'oleografica immagine che voleva accreditarne il regime. Sin da questo primo romanzo Silone si caratterizza come autore "impegnato" in cui la dimensione etico-politica  prevale motivazioni di carattere squisitamente letterario. Lo stesso autore in un suo intervento ha messo in luce questa componente essenziale della sua opera:
 
"lo scrivere non è stato, e non poteva essere per me, salvo che in qualche raro momento di grazia, un sereno godimento estetico, ma la penosa e solitaria continuazione di una lotta, dopo essermi separato da compagni assai cari. Le difficoltà con cui sono talvolta alle prese nell' esprimermi non provengono certamente dall'inosservanza delle famose regole del bello scrivere, ma da una coscienza che stenta a rimarginare alcune nascoste ferite, forse inguaribili."
 
In Fontamara incontriamo il primo eroe anticonformista di Silone, Bernardo Viola, sconfitto nel suo tentativo di cambiare le cose e pronto a scegliere volontariamente la via del carcere pur di rivendicare in questa maniera paradossale la sua libertà. E' il romanzo più noto e significativo di Silone ma verrà pubblicato in Italia solo nel 1949, dopo avere già ottenuto all'estero alti consensi. Le vicende narrate, che si svolgono in un villaggio montano della Marsica , rappresentano l'eterna lotta tra i contadini poveri (i disperati "cafoni") e il potere, detenuto adesso dai fascisti, nuovi padroni e oppressori dai quali difendersi. Anche se non mancano elementi di carattere simbolico come l'acqua, che i contadini sono costretti a proteggere dalle ripetute espropriazioni, l'opera si colloca all'interno di un filone di narrativa impegnata e "realistica", che esprime una forte carica di indignazione civile e morale. Dopo Bernardo Viola sarà il turno di Pietro Spina, il carismatico protagonista dei due successivi romanzi, Vino e pane e Il seme sotto la neve, autentica opera "tolstojana" della lotta per l'affermazione della giustizia e la difesa degli umili. Allontanatosi definitivamente dal comunismo e dall'idea marxista, Silone manifesta in questi due romanzi la "convinzione dell'identità, alla radice, di socialismo e cristianesimo come sentimento elementare di fraternità e istintivo attaccamento alla povera gente". Questa volontà di privilegiare gli aspetti sociali e libertari della religione cristiana, radicalmente antitetica alle posizioni della "Chiesa ufficiale", rappresenta l'altro aspettto della  coraggiosa scelta anticonformista di Silone, che scontò la sua indipendenza del pensiero sul completo isolamento nella vita politica e culturale italiana del secondo dopoguerra. Per tale motivo egli amava definirsi "un socialista senza partito e un cristiano senza chiesa". Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, Silone ritornò all'attività politica, rivestendo un ruolo di primo piano nell'organizzazione clandestina antifascista all'estero. Rientrato in Italia nel 1944, fu il direttore del quotidiano socialista "Avanti" e deputato alla costituente. Nel 1948, però, si allontanò definitivamente dalla politica per seguire con maggiore libertà la sua vocazione di scrittore. Nacquero così "Una manciata di more" (1952), drammatica testimonianza della parallela crisi spirituale di un uomo politico e di un uomo di chiesa, "Il segreto di Luca" (1956) nuova apologia della libertà di coscienza nei confronti del conformismo imperante e "La volpe e le camelie" (1960), storia di alcuni esuli italiani nel Canton Ticino insediati dalle attività spionistiche della polizia spionistica fascista. In quest'ultima opera, tuttavia, non assistiamo " a una meccanica spartizioni tra buoni e cattivi, che anzi ogni filo della vicenda converge in un epilogo inteso a ravvisare, pietosamente, una comune umanità di perseguitati e persecutori; al riscatto, attraverso la morte di colui che impersona lo spionaggio persecutorio. La compassione che sostituisce all'ira: il senso profondo della storia narrata in "La volpe e le camelie" è in questo cristiano sentimento di pietà che lega l'uno all'altro i personaggi, siano o no dalla parte dell'autore". Il momento culminante della testimonianza ideologica e cristiana di Silone è rappresentato dall'opera teatrale "L'avventura di un povero cristiano" (1968), in cui viene rappresentata la tormentata e sofferta esperienza del mistico abruzzese medievale Pietro Angelerio dal Morrone, che divenuto papa con il nome di Celestino V si rifiuta di sacrificare la propria integrità spirituale ai compromessi della sua funzione istituzionale:
 
"Per ciò che mi riguarda, sento che, se cominciassi a prediligere il cavallo all'asino, le belle vesti di seta al panno ruvido, la tavola riccamente imbandita all'umile desco senza tovaglia, finirei col pensare e sentire che quelli che vanno a cavallo, vivono nei salotti banchettano. Ora, per conto mio non penso che un'autorità religiosa abbia assolutamente bisogno di lusso per ispirare rispetto. Comunque, anche nella nuova condizione, io non intendo separarmi dal modo di vivere della povera gente, a cui appartengo".
 
Disgustato dagli intrighi e dalle compromissioni tra l'istituzione ecclesiastica e il potere politico, egli alla fine compie il "gran rifiuto", dimettendosi dal pontificato. Tale scelta, che all'epoca venne disprezzata da Dante Alighieri come manifestazione di colpevole ignavia, viene invece approvata da Silone, che vede in essa una coraggiosa affermazione della superiorità degli ideali alle istituzioni. In questo senso "L'avventura di un povero cristiano" è strettamente legata al saggio "L'uscita di sicurezza" ove Silone spiegò le motivazioni che lo indussero ad abbandonare il comunismo ormai in preda alla degenerazione stalinista. La costante preoccupazione di carattere morale che percorre la narrativa siloniana, ha spinto la maggior parte dei critici a privilegiare in essa l'aspetto contenutistico a scapito di quello formale,  ritenuto a torto meno meritevole di interesse. In realtà lo stile di Silone, è il frutto di un'attenta ricerca stilistica tesa a conciliare, anche a livello linguistico, l'espressione di alte idealità politiche e religiose con l'ambientazione prevalentemente regionalistica dei romanzi, che hanno di solito come protagonisti degli umili contadini abruzzesi. Negli ultimi anni della sua vita di scrittore si dedicò ancora alla narrativa con il romanzo "Severina" (1981) e alla saggistica con le "Memorie dal carcere svizzero" (1979). Nel 1978, dopo una lunga malattia,Silone muore in una clinica di Ginevra, fulminato da un'attacco celebrale. Viene sepolto a Piscina dei Marsi, "ai piedi del vecchio campanile di San Bernardo", senza epigrafe sulla tomba, come lui volle.



Funerale e testamento
Morte:
Erano le 4:15 del 22 agosto del 1978 quando il suo cuore smise di battere. Com'egli aveva chiesto, accanto al suo corpo ormai privo di vita, Darina Elisabeth Laracy, sua moglie, recitò il Pater Noster. Si concludeva così, nella stanza numero 52, al secondo piano della Clinique Génerale di Ginevra, in Svizzera nella quale da cinque mesi era ricoverato, l'avventura umana d'Ignazio Silone.
Sullo scrittoio, accanto al suo letto, erano i fogli sui quali stava scrivendo Severina, l'ultimo romanzo incompiuto.
Aveva settantotto anni, tre mesi e ventidue giorni. La crisi celebrale che doveva condurlo alla morte era sopraggiunta all'improvviso, quattro giorni prima, mentre il sole, lentamente, stava tramontando all'orizzonte.
Racconterà Darina Laracy: "Ad alta voce, molto chiaramente, scandendo le parole egli disse: Maintenant c'est fini.
Tout est fini.   Je meurs'. Poi accostò le mani alle tempie e gemette quattro volte   'Ohh-Ohh-Ohh-Ohh'.
Quindi chiuse gli occhi e si afflosciò nella poltrona.
Lo chiamai disperatamente ma non reagiva. Incredula, dovetti credere alle sue parole.
Ignazio Silone era riuscito, con uno sforzo supremo, a realizzare il suo desiderio: morire con dignità e consapevolezza.
Che in punto di morte abbia parlato una lingua non sua fu un fenomeno, mi disse il medico, unico nella sua esperienza".
Adempiendo ad una sua specifica richiesta, il corpo di Ignazio Silone fu cremato prima di essere sepolto nel cimitero di Piscina, il paese della Marsica in cui era nato, " ai piedi del vecchio campanile di San Bernardo, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino in lontananza".
 
Quella che segue è la storia di Ignazio Silone, del suo amore per la libertà, della sua passione civile, della sua fede nella Giustizia, della sua lotta per la Verità, dei tormenti, delle sofferenze, del travagliato tragitto che egli compì lungo tre quarti di questo nostro secolo difficile.
Testamento:
Testamento spirituale di Ignazio Silone può essere considerato quello ritrovato nella sua scrivania, nell'aprile del 1977, dalla moglie Darina   ( in una busta a lei indirizzata ) che lo pubblicò in appendice a Severina.
Nello scritto ( che Darina fa risalire al periodo 1963-1966 ) è detto:       " ( Credo ) Spero di essere spoglio d'ogni rispetto umano e d'ogni altro riguardo di opportunità, mentre dichiaro che non desidero alcuna cerimonia religiosa, né al momento della mia morte, né dopo. E' una decisione triste e serena, seriamente meditata.
Spero di non ferire e di non deludere alcuna persona che mi ami.
Mi pare di avere espresso a varie riprese, con sincerità, tutto quello che sento di dovere a Cristo e al suo insegnamento.
Riconosco che, inizialmente, m'allontanò da lui l'egoismo in tutte le sue forme, dalla vanità  alla sensualità. Forse la privazione precoce della famiglia, le infermità fisiche, la fame, alcune predisposizioni naturali all'angoscia e alla disperazione, facilitarono i miei errori. Devo però a Cristo e al suo insegnamento, di essermi ripreso, anche standomene esteriormente lontano. Mi è capitato alcune volte, in circostanze penose, di mettermi in ginocchio, nella mia stanza, semplicemente, senza dire nulla, solo con un ( forte ) sentimento d'abbandono; un paio di volte ho recitato il Pater noster; un paio di volte ricordo di essermi fatto il segno della Croce.
Ma il " ritorno " non è stato possibile, neanche dopo gli                   " aggiornamenti " del recente Concilio.
La spiegazione del mancato ritorno che ne ho dato, è sincera.
Mi sembra che sulle verità cristiane essenziali si è sovrapposto nel corso dei secoli un'elaborazione teologica e liturgica d'origine storica che le ha rese irriconoscibili.
Il cristianesimo ufficiale è diventato un'ideologia. Solo facendo violenza su me stesso, potrei dichiarare di accettarlo; ma sarei in mala fede ".
Nel testamento, datato 9 giugno 1970, Silone lascia erede di ogni suo bene la moglie Darina. Aggiunge disposizioni particolari in tre allegati.
Nel primo da disposizioni sulla sua sepoltura; nel secondo lascia " un tangibile segno di ricordo " a Gabriella Maier, Antonietta Leggeri, Romolo Tranquilli fu Pomponio, Valeria Tranquilli fu Pomponio; Luce D'Eramo; nel terzo da disposizioni sul suo archivio e si dichiara decisamente contrario alla pubblicazione di lettereaventi carattere puramente personale e di manoscritti inediti o semplici note.      
Funerale:
C'erano undici persone in tutto, a Ginevra, ad assistere alla cerimonia della cremazione: Darina con due amiche, tre giornalisti, un fotografo, il vice console italiano, un impiegato del Consolato,un socialista svizzero e Luigi Buzzi, vecchio militante del Psi, consigliere comunale di Cernobbio, che con lui aveva condiviso, nel '40, le amarezze dell'esilio.
Il vecchio Buzzi non riusciva a trattenere le lacrime.
" E' stato, diceva, uno dei migliori uomini politici che l'Italia abbia mai avuto. Non lo hanno voluto perché era un politico vero e non un politicante ".
Fu una cerimonia mesta. Ma la lui, probabilmente, sarebbe piaciuta proprio così col vecchio Buzzi che non sapeva dove mettere le sue grosse mani e si guardava intorno smarrito, ignaro di non esser più, in quel momento, il vecchio Buzzi soltanto, ma di rappresentare una lunga teoria di uomini e donne : la lunga teoria dei " cafoni " a nome dei quali era venuto sin lì per rendere omaggio a Ignazio Silone.
Due giorni dopo, alle 3.30 del mattino, accolte dal sindaco Ermete Parisse, le ceneri arrivarono a Piscina. Un vero corteo funebre si snodò, qualche ora dopo, sotto il sole cocente, lungo la via principale del paese, dedicata a Poppedio Silo. Il cimitero era pieno di corone con in prima fila quelle di Pertini, presidente della Repubblica ( andrà a rendergli omaggio in privato successivamente ), di Ingrao, presidente della Camera, di Fanfani, presidente del Senato.
C'erano i gonfaloni di tutti i comuni della Marsica e dei capoluoghi dell'Abruzzo e tanti uomini politici venuti da Roma e persino un ambasciatore. L'urna venne per il momento collocata nella tomba di famiglia in attesa che l'autorizzazione delle Belle arti consentisse di dare adempimento alla sua richiesta: " Mi piacerebbe di essere sepolto così, ai piedi del vecchio campanile di San Berardo, a Piscina, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino in lontananza ".
Qui fu sepolto, un anno dopo, in agosto. E questa volta, a salutarlo, non c'erano soltanto le " autorità ", ma una folla di più di quindicimila " cafoni ".

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