Caro amico, questa mattina, molto più " fresco " di ieri sera, quando " cotto ", sono tornato a casa , mi sono riletto la tua riflessione... Che dire, per me è sempre un grande piacere leggerti, non sei mai scontato, mi aspetto da te sempre viaggi nuovi , misti di sapienza e creatività, la più libera, la più disinteressata a qualsiasi legge del profitto o dell'ascolto... ascolto inteso anche come attenzione a ciò che si scrive e che si fa solo per/dono ... Io , che ti stimo e ti voglio bene, soffro del fatto che tu non abbia l'attenzione che meriti, l'arte, la bellezza, il sapere, sono le uniche risorse che abbiamo per riscattare il nostro essere " umano "... Eppure chi dovrebbe, anch'io persino, non dedichiamo al tuo lavoro, al tuo pensiero che poche righe, di questo , personalmente ti chiedo scusa. Tu riesci stoicamente, direi leopardianamente a resistere ad ogni tentazione che possa distoglierti dal compiere quello che è il tuo volere, frutto della fatica di aver voluto sapere, conoscere: studiando, studiando, studiando ... Ti sei allenato alla solitudine, al silenzio rotto soltanto dalle pagine sfogliate, alla consapevolezza , quasi rassegnazione della miseria che ti circonda, che circonda quella bellezza, quel sapere che tanto tu ami, che cerchi di proteggere, preservare, ed è la tua vita. Io ti voglio bene, caro amico, cara anima leggera, perché la tua, è capace di osare, d'innalzarsi oltre la carcassa umana umiliata dalla carne ...
Sergio Carlacchiani
Buona lettura ...
Claudio Nalli Riflessioni sulle immagini e sull’arte di immaginare: Pasolini Versus Raffaello
“Beati
voi che ve ne andate come padroni per le strade della periferia e della
città; che entrate col sole e i giovani operai nei baretti delle otto
del mattino; che date bacetti a ragazze vestite d’angelo e discorrete
della vita e della morte con le prime parole che vi vengono alle
labbra…” dice il corvo (la coscienza) all’inizio del film Uccellacci e uccellini
(1966) di Pier Paolo Pasolini; ma già prima, tra i titoli di testa,
compariva un brano di un’intervista ironica a Mao: “Dove va l’umanità?
Bòh!”, che spiega molto, se non tutto, del film.


Che
il grande scrittore e intellettuale italiano (cioè bolognese, romano,
veneto, friulano, emiliano, lombardo…), assassinato brutalmente nel ‘75,
fosse interessato alla pittura e alle arti visive è cosa più che nota.
Amò il disegno fin da ragazzo e dipinse tante opere in età matura, anche
se in modo irregolare; frequentò il corso di Storia dell’arte di
Roberto Longhi all’Università di Bologna (basato soprattutto sul
Rinascimento e sul Manierismo) e, ancora studente, manifestò (subito
“bloccato” dal Longhi stesso), con la scelta iniziale della sua tesi di
laurea, l’intenzione di dedicarsi alle arti visive e alla Storia
dell’Arte (ma alla fine ripiegò sul Pascoli, sospendendo la prima
ipotesi). Nei suoi film, le numerose citazioni delle più importanti
opere pittoriche del Rinascimento italiano (e non solo) sono altrettanto
note e indagate, sebbene in modo certamente non esaustivo come
meriterebbero. Con questa scheda vorrei proporre un confronto che, a
quanto mi risulta, non è ancora stato fatto da nessun autore: vorrei
confrontare uno dei fotogrammi “icona” del cinema di Pasolini,
un’immagine che compare all’inizio del film Uccellacci e uccellini,
e mostra Totò e Ninetto Davoli, nei panni di padre e figlio (di
evidente estrazione proletaria ma tendenti inconsapevolmente
all’imborghesimento), con una delle opere più importanti del
Rinascimento stesso, La Scuola di Atene di Raffaello (parte dei noti affreschi delle cosiddette Stanze Vaticane).
Dunque le macerie, il degrado, i progetti incompiuti, o le
ricostruzioni, senza storia e senza stile delle periferie romane del
presente (anni ‘60), con la storia per eccellenza del centro di Roma,
del potere politico religioso, perfetta e conclusa, del lontano passato
(inizio del XVI sec.). Credo che il confronto tra le due immagini possa
risultare illuminante e produttivo sotto tanti punti di vista e quindi
osserviamole, queste immagini, con l’attenzione e la curiosità che
meritano. Prima di tutto va esclusa qualsiasi nota riferita agli aspetti
cromatici delle immagini, poiché, come è evidente, il film di Pasolini è
in b/n, e dunque sarebbe del tutto fuorviante come elemento di analisi.
Bisogna anche precisare che un fotogramma non rappresenta un intero
film, e un affresco delle Stanze Vaticane va analizzato in
rapporto agli altri della stessa stanza. Infine, è giusto anche
ricordare in premessa che Pasolini pervenne al cinema quasi per caso, e
che non aveva di fatto nessuna preparazione tecnica specifica
(inquadrature, obiettivi, sequenze, ecc.) al di là di quella necessaria
per scrivere dialoghi e sceneggiature in generale. Fissati i necessari
paletti e i dovuti filtri dobbiamo riconoscere che Pasolini aveva una
spiccata sensibilità per le arti visive, una grandissima cultura
iconografica desunta dallo studio approfondito (anche, ma non solo, con
il Longhi, il che è già più che significativo) dell’arte antica,
favorita dalla frequentazione di artisti del tempo, vitalizzata da uno
spirito da antropologo documentarista. È su questa ricca e solida
cultura di base che fonderà il suo immaginario visivo (e
cinematografico), un immaginario inizialmente legato alle cosiddette
“borgate”, alle “periferie” (soprattutto di Roma), al linguaggio
spontaneo della gente comune, sia quello parlato che quello fatto di
segni, di gesti, di atteggiamenti, un linguaggio insomma capace di
coagulare immagini “solide” da sé, senza troppi artifici tecnici, e
proprio per questo Pasolini era orgoglioso della sua “ignoranza” tecnica
iniziale, la riteneva una caratteristica ottima, capace di preservare
la spontaneità del linguaggio, quello dei non-attori e quello di un
non-regista.
Non
sempre si riesce a distinguere, proprio per le ragioni appena esposte,
la citazione storico-artistica colta “voluta”, consapevole, da quella
che vien fuori spontaneamente in Pasolini. Ma non è certo un problema,
questo. Il regista e scrittore “friulano”, “romano”, “bolognese”,
“greco”… insomma, italiano (scusate la ripetizione ma è importante), è
stato un artefice capace di formare linguaggi nuovi per veicolare
significati urgenti (eppure antichissimi, o “mitici”), ma spesso per
raggiungere i suoi obiettivi usava comunque i linguaggi storici, anche
se apparivano densi di retorica, di struttura, quasi per verificarne
l’adattabilità o la “resistenza” alla cultura corrente. Del resto,
l’arte antica è grandezza, illusione, mestiere, saggezza formale,
genialità, canone di riferimento, essa è l’essenza del “fare immagini”
funzionali a una comunicazione specifica, e dunque ineliminabile,
insopprimibile, ineludibile. La si può criticare (oggi, come al tempo di
Pasolini), perfino ridicolizzare, ma non si può ignorare perché, come
ci insegna Aby Warburg, le strutture (archetipi) iconiche sopravvivono
alla Storia, e nella Storia, con vari camuffamenti, perché l’essere
umano è il luogo privilegiato, la sede principale, delle immagini (Hans
Belting). Al di là della consapevolezza o meno delle citazioni
iconografiche pasoliniane, resta comunque un’ambiguità di fondo, non del
tutto risolvibile, circa la funzione che queste citazioni devono
svolgere nella trasmissione dell’immaginario pasoliniano. Ma è proprio
questa ambiguità che ci attrae e mi attrae, che smuove la persona
curiosa che sono e che desidera approfondire le ragioni di certe sue
intuizioni.
Raffaello. Nell’affresco dell’urbinate, realizzato tra il 1509 e il 1510, la Scuola di Atene,
ovvero la scuola filosofica, il regno della conoscenza e soprattutto
della coscienza, è rappresentata da uno stupendo edificio architettonico
con grandi arcate e volte (per la verità poco ateniesi), nicchie con
statue antiche, pavimenti in opus sectile, un edificio spazioso
tale da contenere una folta schiera di filosofi, matematici, scrittori,
intellettuali e artisti dell’antichità; tutti elementi, questi, che
trasmettono certezza, sicurezza, protezione, consolazione, giustizia,
verità. Il punto di fuga della prospettiva centrale (una prospettiva
simbolica per dirla con Panofsky) è pienamente occupato dalle figure di
Platone e Aristotele (maestro e allievo), uno che indica la sfera
celeste delle idee, l’altro l’orizzonte terreno dell’esperienza. I loro
gesti sono calmi, chiari, eloquenti, significativi e generano una
comunicazione, una discussione, un’eco, non cadono nel vuoto. La loro
posa e il loro atteggiamento sono improntati alla piena coscienza, al
senso di mitica grandezza; tutto è soppesato, non c’è un gesto, anzi non
c’è un dito, che non sia mosso senza piena consapevolezza, puntando a
trasmettere un significato, a indicare un percorso, a risolvere una
questione; i filosofi dell’antichità incedono con studiata lentezza
verso l’osservatore, tra due ali di folla (una folla di intellettuali),
all’interno di un percorso tracciato da una mirabile costruzione; ogni
loro passo ha e avrà un’eco; ogni loro impronta sarà rilevata, studiata e
meditata; la traccia del loro passaggio sulla terra è e sarà ben
definita e inserita in una visione del mondo stabile, cosmica,
simbolicamente sferica (che è la migliore forma per indicare la
compiutezza). La visione di Raffaello è una visione esemplare,
paradigmatica, sotto tutti i punti di vista e tra questi, ad esempio, vi
è l’esaltazione del ruolo dell’intellettuale e dell’artista del proprio
tempo; ma quella dell’urbinate è una visione che appartiene al passato e
rappresenta una versione ideale della realtà. Naturalmente Pasolini non
nasconde e non si nasconde gli aspetti propagandistici, retorici,
politicamente subliminali, diciamo pure “falsi”, di un’immagine del
genere, e tuttavia egli non può non sentirsi parte di quel consesso di
studiosi, sa di avere una missione comune a quegli intellettuali, ma
vuole raggiunge i suoi obiettivi senza troppa retorica, salvaguardando
ove possibile il linguaggio originario e spontaneo, i contenuti poetici e
mitici, di un’umanità che senza di lui, forse, sarebbe rimasta quasi
invisibile. Egli non può non usare (più o meno consapevolmente) alcuni
schemi iconografici della migliore tradizione artistica (come fossero
citazioni della lingua latina o greca) usandoli, però, appunto nella
loro forma più povera e sfrondata dall’inutile che sia disponibile. È
per questo che il suo linguaggio parte dalla “scarnificazione” delle
immagini della memoria collettiva. Per me il mito di Marsia rappresenta
Pasolini molto bene, da molti punti di vista, sia per quanto riguarda la
sua arte che per quanto riguarda la sua vita.
Pasolini.
Sotto il sole cocente, esposti a tutto e disposti a tutto in quanto
protoborghesi, come formiche, puntini insignificanti, arrivando dal
nulla dell’orizzonte e avanzando verso il nulla del presente, anche qui
sull’asse di una prospettiva centrale (che però, in tale configurazione
della realtà, non sembra portare con sé tutte le forme simboliche
panofskyane, anzi sembra proprio un archetipo impoverito, un iconogramma
ridotto all’osso), appaiono Totò e Ninetto, padre e figlio, ingenui e
spontanei esempi di sottoproletariato incosciente che passa il tempo a
filosofeggiare sulla scia di macerie, di rifiuti o di progetti
incompiuti, senza lasciare nessuna traccia del proprio passaggio nella
realtà. Il “non luogo” è la loro realtà e il loro destino; chiede il
corvo a una certo punto all’inizio del film: <<Dove
andate?>>, risponde Totò: <<Quaggiù!>>; chiede di
nuovo il corvo: <<Ma dove quaggiù, è un po’ vago!>>,
risponde ancora Totò:<<Laggiù, in fondo!>>. I loro gesti, i
loro tic, le loro espressioni, il loro modo di camminare, non hanno
scopo, non seguono nessun progetto; non hanno scopo le facce di Totò
padre, che sembrano quasi riflessi involontari, scherzi della natura;
non hanno scopo le continue e ingiustificate risate di Ninetto figlio;
non c’è consapevolezza nel controllo del corpo, né del suo
abbigliamento; non c’è una selezione degli atteggiamenti, o della messa
in posa, che si propongano chiaramente come socialmente corretti e
convenienti; il corpo dei rappresentanti delle classi inferiori è
esposto alla casualità degli eventi (come avviene per ogni cosa della
natura) e manifesta istinti immediati che devono essere soddisfatti
subito: sesso, fame, sonno, cura delle ferite; proprio perché il corpo
non è controllabile i due appaiono spesso inaffidabili, poco credibili e
addirittura ridicoli, tanto come uomini che come “filosofi”. Nessuno e
nulla indica loro una direzione, un senso, nemmeno il corvo-coscienza;
Totò e Ninetto, filosofi esemplari delle borgate romane di periferia,
non sono abitati dalla Ratio, se non intendendola come mero
calcolo (Heidegger) che si manifesta occasionalmente nei cosiddetti
“pesci piccoli”. Ma la grandezza di Pasolini consiste proprio nel saper
trarre la più autentica poesia, e le ultime tracce del “mito”, o del
“sacro”, dalle realtà più grige e desertiche, realtà dozzinali prive di
punti di riferimento che non siano tutti entro i propri bisogni
biologici e fisiologici. Ancora qualche spunto di riflessione. Il
confronto ora si fa più serrato.
Osserviamo
la straordinaria flessuosità, la morbidezza accogliente dei personaggi
di Raffaello (che avrà uno sviluppo incredibile in area veneta), una
sinuosità sciolta che quasi anticipa l’idea, e soprattutto l’immagine,
della modernità liquida di Z. Bauman, e anche l’ipocrisia (dico io) del
mondo occidentale, dove ogni sistema di pensiero o visione del mondo può
confluire senza traumi in costruzioni di segno opposto; al contrario,
l’umanità descritta da Pasolini, come in tal caso Totò e Ninetto,
evidenzia delle spigolosità naturali nella mimica, nei movimenti
scomposti e alle volte irrigiditi, non educati, che fanno sembrare quei
personaggi come giocattoli di bassa qualità, artigianali sì ma pronti a
rompersi senza potersi ricomporre e riutilizzare (e qui non posso non
pensare al cortometraggio Cosa sono le nuvole, sempre con gli
stessi protagonisti). In Raffaello i caratteri emanano una solida
dignità, la dignità dell’intellettuale investito di una missione
necessaria, ma anche quella dell’uomo moderno in generale; ma si tratta
di una dignità acquisita senza sforzo, dovuta al sistema simbolico etico
nel quale i personaggi sono inseriti, alla direzione impressa dalla
Storia, e dai “sensi” obbligati. In Pasolini, invece, l’assenza di punti
di riferimento, l’assenza di consapevolezza dovuta alla mancanza di un
riverbero del senso (o al massimo da un riverbero distorto), impedisce
agli individui lo sviluppo di una vera dignità, nega loro la possibilità
di gettare le basi di un atteggiamento veramente riflessivo. I
“filosofi” delle borgate romane sono i primi a buttare alle ortiche i
propri sprazzi di genio. Del resto non sanno nemmeno distinguere tra
genialità e banalità; loro, a differenza di Platone ed Aristotele che,
nella Scuola di Atene, marcano l’importanza della tradizione da loro inaugurata con dei testi scritti: il Timeo, per Platone (anche se privilegiava la trasmissione orale della cultura!) e l’Etica, per Aristotele; loro dicevo, Totò e Ninetto, esaltano la propria filosofia sui generis dichiarandosi, tra grasse risate condivise con il corvo-coscienza, devoti di “Sant’Analfabeta”.
La Scuola di Atene di Raffaello si manifesta come “luogo definitivo”, perfetto, ideale, un Hortus Conclusus
terreno; da una parte il nostro sguardo, imbrigliato, viene diretto
dalla corretta prospettiva verso Platone (passando prima in modo
subliminale nei pressi dell’immagine di Apollo), dall’altra (cioè alla
nostra destra) l’occhio viene spinto su Aristotele (non prima di aver
intravisto Atena), l’allievo; ma tutta questa splendida costruzione
ispirata all’architettura antica romana e all’architettura del Bramante
(mentore di Raffaello presso il Papa), sarebbe nulla se non vi fosse di
sfondo (anche in senso concettuale) la perfezione della geometria, della
misurabilità, delle proporzioni, dei rapporti perfino “musicali” e
armonici tra le forme. È questa geometria che illumina il percorso dei
filosofi, contribuisce a dare senso e significato, a creare uno spazio e
un tempo ben disegnati e finalizzati, a conferire a ogni creatura il
proprio spazio vitale e sociale; è questa geometria che esorta a
pianificare sviluppi futuri dell’esistenza con la convinzione di essere
viaggiatori protetti da un grande pensiero. Lo sfondo dei “poveracci” di
Pasolini, filosofi sui generis, è informe, è incalcolabile, è
asimmetrico nel senso peggiore del termine, è dissonante; è terra di
conquista, ma una terra che non interessa a nessuno, se non ai furbetti
già imborghesiti che hanno perso ogni innocenza; è fatto di aggregazioni
“spontanee” di abusi edilizi, di finti progetti (e quindi di falso
pensiero) o, peggio, di progetti disumani perché nati senza nessuna
considerazione dell’umanità che li dovrà abitare.
Per gli intellettuali, i filosofi, gli artisti, della Scuola di Atene tutto l’essenziale (o, ciò che passa per tale) è a portata di mano: la Verità, la Giustizia, la Civitas,
il Fine, il Senso, il Bene; per i sottoproletari di Pasolini, la cui
unica aspirazione, neanche tanto ben definita, è quella di diventare
borghesi per “salvarsi” dal peggio, nulla è a portata di mano: né le
verità impalpabili, né gli oggetti (dei quali non sanno riconoscere
l’essenza), né gli eventi, la bellezza, o i luoghi – sintomatico a
questo proposito, e molto divertente anche, l’apparire nel film di
segnali stradali che indicano capitali europee lontanissime; o l’ironia
amara dei protagonisti sul proprio indirizzo: <<Borgo della
monnezza, in via Morti di fame, al n° 23!>> -, e, in fondo,
nemmeno lo status pienamente borghese è a portata di mano, uno status
dal quale vengono puntualmente respinti perché portatori di un dna
incompatibile, perché troppo “pesci piccoli”, perché forse, e meglio,
sono ancora sede di una sia pur minima porzione di sacro, quel sacro che
Pasolini sa estrarre così bene e mostrare intatto nella sua poesia,
scritta o filmata. Insomma: <<Il cammino incomincia, il viaggio è
già finito>>, per chi è nelle condizioni di Totò e Ninetto.
Claudio Nalli, 1 agosto 2016
Da " Uccellacci e uccellini - Beati voi che ve ne andate" Un tè con P.P.Pasolini e Sergio Carlacchiani
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